“Tra i tanti, qual è stato il tuo viaggio più bello?”. Ad ogni incontro, dopo aver raccontato delle mie scorribande tra i continenti, mi sento rivolgere questa domanda.

È difficile rispondere, perché ogni viaggio è stato unico, diverso e indimenticabile. Ogni tappa ha avuto un significato, ma ogni destinazione è accomunata dal senso di libertà e indipendenza che ogni valigia preparata mi ha trasmesso.

Europa, Australia, Asia, Sud America, Usa o Africa, poco importa: la Simona di allora era diversa e ha vissuto ogni esperienza in base allo stato d’animo e alle sensazioni provate in quel preciso istante. Senza programmare: è questa la fondamentale differenza tra turista e viaggiatore.

Se dovessi guardare indietro, potrei dire che adoro rivedere le immagini della Simona spensierata, sorridente, giovane, forte e innamorata, che si tuffa da una cascata in Australia dopo aver percorso centinaia di chilometri in modalità “wild”.

È la stessa Simona che si prendeva cura del proprio corpo, dell’alimentazione, sicura che a cinquant’anni avrebbe sfoggiato bicipiti e chiappe solidi. Ne era convinta, e non perdeva occasione per indossare le scarpe da running e mettersi alla prova.

Guardo a quella Simona bruna, sognatrice, e talvolta fatico a riconoscerla. Quando mi è stata diagnosticata la malattia ho reagito partendo per il Brasile. Anche se il medico mi aveva raccomandato di stare lontana dal calore, ho pensato che finché stavo in piedi non mi sarei dovuta fermare. È stato faticoso, soprattutto il tragitto attraverso l’Amazzonia. Ricordo ancora quando cadevo e mi ero costruita un bastone con un ramo. “Un ginocchio traballante” rispondevo a chi mi chiedeva cosa fosse successo, dando la colpa alla stanchezza. In realtà la valigia è stata il mio bastone, e ora mi dico che ho fatto bene a dar retta al mio istinto perché è stato un viaggio che ora, da seduta, non potrei fare con lo stesso spirito di allora.

Il mio presente è un viaggio quotidiano in cui attraverso un mondo che non avevo messo in preventivo di esplorare: quello della disabilità a causa della sclerosi multipla nella forma primariamente progressiva, una malattia bastarda che ogni giorno mi ruba un pezzo di autonomia e mi costringe a dipendere da qualcun altro. Una prigione, quella del corpo, che affronto con lo stesso spirito di sempre cercando di trarne il meglio.

Rimango convinta che la chiave per aprire la gabbia della paura sia quella di circondarsi di persone positive. Quelle che, quando le incroci lungo il cammino, le riconosci subito perché non ti fanno sentire disabile, ma questa è un’altra storia.

Tornando alla domanda iniziale, la risposta è una sola: “Il miglior viaggio in assoluto sarà il prossimo, ne sono certa”.

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