Una distesa di mattoni, ancora grigi d’argilla, ancora freschi ordinati in fila sotto al sole, ancora inadatti a ricostruire ciò che il terremoto ha demolito due anni fa.

Così appare la valle di Sudal: una città distrutta in apparente ricostruzione. Invece quei mattoni sono destinati altrove, sono solo lavoro, sono solo il salario di tutte le persone che si recano in quella valle per trovare un impiego; donne, bambini, uomini, tutti piegati sotto al peso della terracotta, le mani e le schiene spaccate dalla fatica, il viso stanco e scarno, ma il sorriso no, quello non manca mai da queste parti.

Ed è proprio quello lo spettacolo che mi ha colpito. Più del verde del grano, più delle vette innevate dell’Himalaya, più del rosso e del fucsia dei vestiti delle donne, più del celeste del cielo d’alta quota: il bianco, il bianco dei denti che appariva sulla bocca di quelli che, vedendomi passare, si fermavano per rivolgermi un saluto, un gesto, una semplice attenzione.

Ecco com’è il Nepal, un sorriso lucente in mezzo alle macerie.

È iniziato tutto tramite Roberto, un ragazzo che segue questo viaggio attraverso la pagina Facebook e questo blog; mi ha dato un contatto e mi ha convinta subito allegandomi delle foto. Così ho conosciuto Saduhram, o meglio Sadu, una trekking guide nepalese, una brava persona, un nuovo amico.

È venuto a prendermi alla guest house di Kathmandu  insieme a Karna, l’autista, e al suo minuscolo Suzuki dove, non si sa come, sono entrate tutte le mie cose e siamo partiti in direzione di Sudal, questo “Village Development Committee” nel distretto di Bhaktapur, nella zona Bagmati del Nepal,  che detto così sembra un’entità precisa e definita, in realtà è un agglomerato di micro paesi, anzi di sole casette sparse, situato nel nulla, incavato tra i colli ai piedi dell’Himalaya, sul ciglio di una strada fatta di massi e fango: davvero il nulla insomma.

Your room is on the first floor, no wi-fi, no hot water, we live downstairs”.

Non proverò a nascondere la mia prima impressione:“E come ci arrivo io al primo piano? Ma non posso sparire per tre giorni così. Ma qui fa freddo. Ma insomma dove accidenti sono finita?”


Le risposte sono arrivate subito. Come una principessa ho sempre avuto in questi due giorni spalle forti pronte a sollevarmi in braccio per farmi superare le scale, e sono finita dove mai avrei sperato di poter finire: il cuore del Nepal, il vero Nepal.
Non posso dilungarmi a riportarvi ogni singolo incontro fatto durante il mio breve ma intenso soggiorno lì, non posso e non riuscirei a dire rapidamente quante storie mi hanno raccontato certi sguardi (e non le parole visto che praticamente nessuno parlava inglese), non posso trovare le parole per trasmettervi le emozioni che questo posto mi ha regalato.

Ma posso dirvi una cosa, posso dirvi che  in un paesino intrappolato in altri tempi ho visto  credere nel futuro. Ho visto l’orgoglio di un ragazzo appena adolescente nell’affermare di voler diventare dottore; ho visto gli alunni della scuola governativa del villaggio, che mi ha accolta con una splendida quanto inaspettata cerimonia, disegnare una donna stilizzata su una sedia a rotelle sulla cima dell’Everest; ho visto bambini giocare nel fango dopo un acquazzone anche se questo aveva appena rischiato di spazzare via le loro case; ho visto condividere con generosità porzioni minime di cibo cucinato a terra.

Ho visto quanta forza può generare l’unione, ho visto la collaborazione diventare soluzione, ho visto che l’aiuto reciproco è davvero più forte e solido del cemento armato.

Ho visto la gente rialzarsi dopo un terremoto durato mesi, e ho capito che sto facendo la cosa giusta, che – anche se seduta su questa sedia –  in fondo mi sto rialzando anche io. Per questo il mio saluto a questa tappa del mio viaggio è come una promessa reciproca: ci rivedremo Sudal, e lo faremo quando saremo di nuovo entrambe in piedi, possiamo farcela, ora grazie a questi giorni ci credo ancora di più.


Vi racconterò ancora di tutto questo, ma ora ho fretta: devo andare. E quindi avanti, si riparte.

Spero non siate stanchi, continuate a viaggiare con me, Simona.

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