La pandemia da Covid-19 ha colto tutti di sorpresa, ma pochi possono immaginare ciò che ha rappresentato questo lungo periodo di lockdown per le persone con disabilità. Vivo imprigionata in un corpo che muore lentamente a causa di una forma progressiva di sclerosi multipla; nel mio caso sono stati mesi durante i quali ho vissuto una doppia prigione. Ho dovuto rinunciare anche alla fisioterapia a domicilio, una boccata di ossigeno che mi permette di sopravvivere agli spasmi, alle difficoltà respiratorie e ai dolori che non mi abbandonano mai.

Ci siamo ritrovati soli, io e Claudio, con la vita stravolta da regole e divieti -spesso incomprensibili- che non hanno tenuto in considerazione la fragilità delle persone con bisogni speciali. Giorno dopo giorno sono saltati tutti i progetti sui quali stavamo lavorando e, forse per la prima volta nella mia vita, ho sperimentato l’ansia. Sono sempre stata una donna positiva e tenace che non ha mai rinunciato a lottare per i propri sogni; con la malattia ho imparato a confrontarmi con il senso di sconfitta che mi assale ogni volta che perdo pezzi di me, della mia autonomia, per strada. Ma in questa occasione ho sentito forte il peso che toglie il respiro.

A marzo mi attendeva un mese in Slovenia per proseguire con il progetto europeo Risewise che poi, a giugno, mi avrebbe portata per un altro periodo in Svezia. Ovviamente, da brava viaggiatrice, era tutto prenotato e pianificato. Avrei avuto un’altra opportunità per confrontarmi con studenti universitari e docenti sui temi che riguardano l’integrazione sociale e lavorativa delle donne con disabilità, un percorso iniziato lo scorso anno quando ho trascorso un periodo di ricerca dapprima in Spagna e poi Portogallo.

Nella mia agenda avevo anche numerosi impegni con AISM, l’associazione italiana per la sclerosi multipla con cui partecipo a varie iniziative che mi fanno sentire viva e attiva.

Tutto saltato a causa del Covid.

Poi, finalmente, è arrivato uno spiraglio: si poteva uscire, ma con le dovute cautele. Eravamo a giugno e la mia prima gita fuoriporta mi ha portato ad assaporare una Roma deserta, ma pur sempre magica. Una giornata intera a pochi passi da casa, tra i luoghi che sbadatamente avevo già vissuto eppure vivevano di luce diversa. Il sapore della libertà.

Non avevo messo in conto che di lì a poco sarei tornata in zona San Pietro e l’avrei fatto in una occasione speciale. È arrivata a Claudio quella telefonata inattesa: “Sono padre Gonzalo, il segretario di Papa Francesco. Sua Santità vorrebbe vedervi a Santa Marta l’11 luglio”. Claudio era paonazzo e mi faceva dei cenni mentre io, come sempre, ero più concentrata sul bisogno di fare urgentemente pipì prima di dargli retta. Che poi, la mia considerazione non poteva essere altro che: “Sì. Va be’. “

Siamo arrivati a quell’incontro con due stati d’animo diversi, ovviamente. Nelle settimane precedenti lui mi aveva detto di aver scritto al Papa per raccontargli di noi, della sua vita precedente e del desiderio di incontrarlo con me. Gli aveva raccontato che si prende cura di una donna che ama.

Poi ho realizzato che l’aveva fatto davvero. Le guardie svizzere hanno controllato ed era vero: Papa Francesco ci aspettava. Mi sono ritrovata in un salottino a casa del Pontefice e il suo segretario si è preoccupato del fatto che non ci fossero i cioccolatini, per cui ci siamo trasferiti in un’altra stanza dotata di dolcetti. Claudio sudava, ma cercava di tranquillizzarmi. Poi è arrivato lui, Bergoglio, da solo e senza tanti cerimoniali. Un abbraccio a Claudio e la mano del Pontefice allungata verso me. Ho pianto, non lo posso negare. Soprattutto mentre le parole di Claudio raccontavano la nostra storia.

“Santità io non credo”. Ho voluto essere onesta con quell’uomo vestito di bianco che ci accoglieva a casa sua. “Non so pregare. Però molte persone, in ogni parte del mondo, mi hanno detto che pregano per me”. Papa Francesco mi osservava e ascoltava i miei racconti. Forse non si aspettava che, di lì a poco, gli avrei proposto di vedere insieme il video del mio viaggio in India con la carrozzina. Mezz’ora di chiacchiere, sorrisi e confidenze con una viaggiatrice che ha fatto sorridere anche il Papa. Ancora non lo sapeva che gli avrei chiesto l’impossibile: “Santità, ce lo facciamo un selfie?. Però io non muovo le mani, come ha potuto vedere “. “Sì, certo, ma io non ho dimestichezza con queste diavolerie”. “Nessun problema. Guardi quì. Click. ”

All’uscita ci ha accompagnati fino al pianerottolo, salutando come si conviene.

Il giorno successivo, come ho raccontato a Francesco, sarei partita per San Giovanni Rotondo per un periodo di riabilitazione agli Angeli di Padre Pio. E lui mi ha detto: “Ti accompagno. Ma intanto Claudio deve scrivere la vostra storia, perché lui è un bravo giornalista”.

A San Giovanni Rotondo ci sono arrivata, e attendo miracoli.

1 commento

  1. è solo un opinione personale ,anch’io non credo in un dio antropomorfo con la barba e il bastone che giudica ,anche perché se così fosse mi incazzerei dicendogli ,perché hai creato le guerre l’odio le malattie e quant’altro ,credo però che esista un energia nell universo che può essere usata incanalata purtroppo sia per il bene che per il male ,nel nostro caso cerchiamo il bene ,non mi dilungo in quanto penso che le filosofie orientali possano farlo meglio di me ,purtroppo la religione cattolica così com’è è obsoleta ,spiegata male ,oppressiva ,ecc preferisco l’oriente

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