Nelle ultime settimane mi è passata davanti agli occhi centinaia di volte l’immagine del piccolo Charlie, attaccato suo malgrado alla vita. Ho finto di non vedere per non essere costretta a dire.

Mi  succede ciclicamente: anche volendo essere sbadata non avrei potuto fare a meno di leggere storie simili, come quella di Dj Fabo.  “A Charlie staccheranno la spina. Ci sarà un infermiere che controllerà il monitor. Ci sarà quella striscia blu, che si vede nei film,un trattino vivo dentro lo schermo nero. Un tracciato che pulsa e poi si impenna e poi ricade e poi finisce. Fine”. Sì, ma fine di cosa? Fine dell’egoismo, proprio dell’amore, oppure fine della sofferenza in un gesto d’amore?

Ciò che conta è quello che c’è stato prima delle inutili sofferenze. Conta, in qualche modo, la possibilità di decidere della propria vita, della propria dignità e del livello di sopportazione della sofferenza?

Chi mi vuole bene già lo sa che non voglio essere amata fino all’egoismo, che non voglio vivere “mio malgrado”; ma solo previo mia decisione. Chi mi vuole bene già sa quello che deve fare. Mi sia concesso l’amorevole egoismo di  scaricare su chi mi vuole bene la responsabilità di capirmi. E’ uno dei pochi vantaggi che mi sono consentiti. Chi mi ama lo sa che l’amore è egoista, cattivo  e maleducato. ma è pur sempre amore.